ConcertiNewsProgettiI Concerti del venerdì al Conservatorio B. Marcello 2024

19 Aprile 2024

I Concerti del venerdì al Conservatorio B. Marcello – 2024

Rassegna concertistica degli studenti del Conservatorio

dal 1° marzo al 19 aprile, ore 18.00 – Sala Concerti

Ingresso gratuito fino ad esaurimento posti disponibili

 


Programma

1 marzo

Mauro Giuliani (1781-1829)
Variazioni sulla follia di Spagna

Manuel Maria Ponce (1882-1948)
Variazioni su un tema di Cabezon

Isaac Albeniz (1860-1909)
Cordoba Sevilla

Francesco Edoardo Naletto chitarra

___
Paul Hindemith (1895-1963)
Sonata per oboe e pianoforte
Munter
Sehr langsam – Lebhaft

Camille Saint-Saëns (1835 – 1921)
Sonata per oboe e pianoforte op.166
Andantino
Ad libitum – Allegretto
Molto allegro
Cristian Zoccolan oboe
Giovanni Tagliente pianoforte

La Spagna, con il proprio repertorio musicale, è probabilmente la nazione più legata e che più ricorda lo strumento della chitarra classica; ciò che proponiamo oggi è un viaggio storico attraverso le musiche di questa nazione, dal Rinascimento fino al XX secolo. Partiremo dal Cinquecento, con la creazione del famoso “tema della follia di Spagna”, qui riproposto nella forma delle variazioni realizzate da Mauro Giuliani (op. 45) nei primi anni dell’Ottocento; passeremo poi ad un altro tema rinascimentale, ideato dal compositore spagnolo Antonio de Cabezon, a cui si ispirò Manuel Maria
Ponce, compositore messicano, per la sua ultima composizione.

Infine concluderemo con Isaac Albéniz, compositore post-romantico e impressionista che fa della sua nazione la vera ispirazione per la propria musica. I due brani qui presentati evocano due città spagnole. La prima è Cordoba (da Chants d’España op. 232), resa attraverso melodie intense e armonie ricche, con qualche accenno a ritmi vivaci che ne fanno percepire l’atmosfera vibrante e colorata. Sevilla (da Suite española op. 47), città andalusa, è evocata nella sua atmosfera festosa e colorata, trasportando l’ascoltatore in un viaggio musicale attraverso le strade animate e i paesaggi suggestivi della città.

Cambiando totalmente organico, atmosfera e Paese, ci spostiamo nella Francia del primo Novecento e nella Germania del primo dopoguerra, ascoltando due sonate per oboe e pianoforte. L’op. 166 di Camille Saint-Saëns, caposaldo della letteratura oboistica, è una delle ultime composizioni del Maestro, datata 1921, anno della sua morte. Composta da tre movimenti, essa crea un percorso agogico sempre in ascesa
– Andantino, Allegretto, Molto Allegro – in cui il tratto comune è la spiccata musicalità. Sono soprattutto primo e secondo tempo ad avere un carattere cantabile: l’oboe, strumento prediletto per il canto, presenta una melodia prima dolce e serena ma frizzante, poi pastorale e malinconica. L’ultimo tempo, Molto Allegro, sostituisce invece cantabilità e meditazione con elementi più vivaci e virtuosistici (scale, salti d’ottava, staccati, …), ma sempre mantenendo la musicalità caratteristica.

Rivolgiamoci ora ad Hindemith: nel contesto tedesco posteriore al primo conflitto mondiale egli viene ad affermarsi come un restauratore delle antiche forme classiche, volendosi distaccare sia con l’espressionismo sia con la tradizione romantica. In quest’ottica si collocano le tecniche di costruzione di questa Sonata, datata 1938: variazione tramite melismi, richiami a un linguaggio modale, elaborazione attraverso processi di diminuzione, contrappunto. Anche sul lato formale si riprende il classicismo, con il primo movimento che è costruito in forma sonata e presenta la tipica dialettica fra due temi: il primo ritmico e danzante, il secondo cantabile. Danza e canto compaiono anche nel secondo movimento con
varie elaborazioni, condotte attraverso tecniche tipiche della musica antica come il contrappunto o la creazione di una vera e propria fuga.

 


8 marzo

Frederic Chopin (1810-1849)
Andante spianato e polacca brillante op 22

Franz Liszt (1811-1886)
Studi da concerto:
Waldesrauschen. Vivace
La leggierezza. A capriccio

Rapsodia ungherese n 13
Andante sostenuto
Vivace
Presto assai
Mattias Antonio Glavinic pianoforte

___
Maurice Ravel (1875-1937)
Trio in la minore
Modéré
Pantoum
Passacaille
Final
Giovanni Claudio Di Giorgio violino
Francesco Di Giorgio violoncello
Leonardo Francescon pianoforte

 

Nel Romanticismo il pianoforte assurge a strumento principe, protagonista del panorama musicale, dai salotti alle sale da concerto. Veicolo espressivo di melodie fortemente contabili, struggenti, passionali e malinconiche, egli diventa anche sede del più spiccato virtuosismo. Con Chopin, Schumann, ma soprattutto Liszt, la difficoltà diventa elemento di attrazione estrema per il pubblico: in quest’ottica si collocano opere come gli Studi da concerto che ascolteremo questa sera: una concentrazione di tecnica e virtuosismo, accostata però ad un melodiare che rende lo studio non più solamente un esercizio per allenare la mano, ma un brano da eseguire in concerto. Altro tratto tipicamente romantico è il sentimento nazionale, percepito soprattutto nell’impero austriaco, che racchiudeva al suo interno diversi popoli, i quali cominciano a rivendicare una propria identità e autonomia. A ciò si accompagna un interesse per il folclore e per le musiche popolari, che porta Liszt ad indagare sulla musica tzigana: risultato ne sono diciannove Rapsodie ungheresi, di cui ascolteremo la tredicesima. Tratti popolari richiama anche la Grande Polacca brillante di Chopin: molte sono le sue composizioni ispirate alla terra natìa, energiche e contraddistinte da una vivacità ritmica. Quella che ci viene oggi presentata – preludiata da un Andante spianato che richiama l’atmosfera dei Notturni – era concepita per orchestra; tuttavia, avendo l’orchestra solo un ruolo di supporto, il brano è comunemente eseguito per pianoforte solista.

Altro genere musicale che regna nell’Ottocento è la musica da camera: composta per ensemble di vario tipo, dal duo all’ottetto, inizialmente animava i salotti privati, le “camere” appunto. Il Trio che presentiamo oggi risale al 1914, dunque ci mostra il genere ormai consolidato, forte dello sviluppo, di innovazioni e sperimentazioni condotte nel XIX secolo; esso costituisce inoltre l’apice dei lavori cameristici del Novecento. Compositore proiettato verso il futuro, verso le nuove possibilità sonore, ma allo stesso tempo neoclassico, Ravel presta una rigorosissima attenzione alla forma, recuperando la forma sonata classica e la passacaglia barocca, coniugandole però con una sperimentazione armonica, timbrica e tecnica. L’utilizzo di differenti colpi d’arco, il largo impiego di suoni armonici, le nuove scritture pianistiche e i metri irregolari proiettano la composizione verso il futuro. Ravel inserisce anche elementi folclorici ed esotici, ispirandosi allo zortzico – una danza basca – per l’armonia del primo movimento e ad una forma poetica malese, il Pantoum, per lo scherzo.

 


15 marzo

Franz Liszt (1811-1886)
Liederabend

– Freudvoll und Leidvoll

Anna Benetti soprano

– Im Rheim, im schönen Strome

Iryna Shteiner mezzosoprano

– Hohe Liebe

Dong Fanqi soprano

– S’il est un charmant gazon

Liu Zhanzuo controtenore

– Oh… Quand je dors

Wang Luyao soprano

– Pace non trovo (seconda versione)

Zhu Qingxing basso

– I’ vidi in terra angelici costumi (seconda versione)

Iryna Shteiner

– I’ vidi in terra angelici costumi (prima versione)

Dong Fanqi

prof. Lorenzo Regazzo pianoforte

___

Gianfrancesco Malipiero (1882-1973)
Sonata a cinque per flauto, violino, viola , violoncello e arpa
Allegro
Marziale, ma mosso
Allegro non troppo mosso
Nives Acquaviva flauto
Federico Secchi violino
Caesar Bracho Bracho viola
Beatrice Bortolin violoncello
Maria Jose’ Borrello arpa

 

Il concerto di questa sera si compone di due parti non legate in nessun modo fra loro: autori, Paesi, epoche, linguaggio musicale e visione della musica sono profondamente differenti e distanti.

«I capolavori della musica tendono sempre più ad assorbire in sé i capolavori della letteratura» afferma Franz Liszt e i Lieder che ascolteremo ne sono un perfetto esempio, in quanto mettono in musica poesie dei più grandi scrittori: da Francesco Petrarca a Wolfgang von Goethe, Heinrich Heine, Victor Hugo, Ludwig Uhland. Per Liszt la poesia conferisce un valore aggiunto alla musica, ne amplifica il potere e l’influsso sull’ascoltatore; non si tratta, però, come nel Settecento, di creare una musica che sia al servizio della poesia: la relazione fra le due arti è capovolta, è ora la musica a godere del maggiore potenziale. Il suo valore è alto proprio grazie alla sua indefinitezza, che la avvicina all’infinito e riesce a trascendere la parola – per usare un termine lisztiano – giungendo all’intima anima del mondo, a ciò che è “oltre”, inesprimibile, non terreno ma divino. Questo pensiero pone Liszt in una posizione ben precisa all’interno della disputa che si sviluppa nel corso del secolo tra musica assoluta e musica a programma, collocandolo a sostegno di quest’ultima e di un saldo legame tra musica e testo. In questo caso noi parliamo di Lieder, ma lo stesso vale per la musica strumentale, che richiama nei titoli un testo letterario, un’opera d’arte, una sensazione, … esempi ne siano gli Anni di pellegrinaggio per pianoforte: la Cappella di Guglielmo Tell, i Sonetti del Petrarca, lo Sposalizio che richiama l’omonima opera di Raffaello, la fantasia quasi sonata Après une lecture de Dante. Altro aspetto interessante nei Lieder che ascolteremo è che furono quasi tutti riscritti da Liszt in tarda età, dopo una prima edizione giovanile: noteremo nelle due esecuzioni di I’ vidi in terra angelici costumi come quella più tarda sia molto più essenziale.

Con Gianfrancesco Malipiero torniamo alla musica strumentale “assoluta”, che non ricerca un messaggio, un concetto da trasmettere o evocare, ma ha valore autonomo. Malipiero – assieme ad Alfredo Casella, Ildebrando Pizzetti e Ottorino Respighi – appartiene alla cosiddetta “Generazione dell’80”, un gruppo di compositori italiani nati attorno agli anni ’80 del XIX secolo. Sebbene essi non costituiscano un vero e proprio movimento e ognuno di loro sviluppi un proprio stile, si possono individuare degli intenti comuni, in modo particolare il rifiuto per la tradizione operistica italiana e per la musica romantica, proponendo una ripresa della tradizione italiana antica. Sonata è infatti il brano che ascolteremo, dove Malipiero intende il termine non come il genere musicale sviluppatosi nel classicismo e nel romanticismo, ma come l’antica forma vivaldiana: un brano musicale scritto per flauto, violino, viola, violoncello e arpa, senza riprendere la forma sonata del classicismo e senza avere altro intento se non essere l’ascoltato di per sè. Alla libertà della forma corrisponde anche una libertà sul piano tonale: sebbene qualche rapporto tonale sia individuabile, Malipiero abbandona i vincoli della tonalità, riprendendo piuttosto gli antichi modi ecclesiastici.


5 aprile

Domenico Scarlatti (1685-1757)
Sonata in la maggiore k.208

Louis Spohr (1784-1859)
Fantasia per arpa in do minore

Gabriel Fauré (1845-1924)
Impromptu op.86

Jean-Michel Damase (1928-2013)
Sicilienne Variée
Maria Josè Borello arpa

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Robert Schumann (1810-1856)
Trio N. 1 in Re minore, Op. 63 (1847)
Mit Energie und Leidenschaft
Lebhaft, doch nicht zu rasch
Langsam, mit inniger Empfindung
Mit Feuer
Aurora Ferro violino
Anna Trapani violoncello
Andrea Marinelli pianoforte

 

La prima parte del programma di questa sera ci presenta quattro brani per arpa, scritti in epoche diverse, ma accomunati da un aspetto: l’intento didattico. Scarlatti, Spohr, Fauré e Damase hanno voluto inserire in queste composizioni la più ampia gamma possibile di tecniche arpistiche – arpeggi, note ribattute in agilità, doppie note, cadenze virtuosistiche, salti di ottava, abbellimenti – senza però tralasciare l’aspetto timbrico e melodico. Essi indagano a fondo le potenzialità di questo strumento nell’armonia, nella timbrica, nella tecnica, nella cantabilità: la sfida che pongono all’esecutore è calibrare al meglio il virtuosismo con la forza espressiva.

Caso interessante è quello di Spohr, un compositore ha avuto modo di conoscere a fondo lo strumento grazie alla moglie e arpista Dorette Schiller. Negli anni di scrittura della Fantasia in do minore op. 35 era in corso una disputa tra i sostenitori dei due modelli di arpa: l’arpa a movimento semplice e quella a doppio movimento, di recente progettazione. Con questo brano, Spohr si schiera a favore di quest’ultimo modello: le frequenti modulazioni, i cromatismi e il continuo movimento dei pedali presenti nella Fantasia sarebbero stati impraticabili su un’arpa a movimento semplice, a causa di limiti sia tecnici sia meccanici.

Ascolteremo poi quello che è considerato il più riuscito fra i trii di Schumann, l’op. 63 in re minore, risalente al 1847. Esso rispetta la struttura compositiva tradizionale, con il primo movimento in forma sonata, il secondo suddiviso in Scherzo e Trio, il terzo un tempo lento tripartito e il quarto un grandioso finale con una forma simile al rondò. Le indicazioni agogiche con cui Schumann accompagna i movimenti – Con energia e passione; Vivace, ma non troppo veloce; Lento, con intimo sentimento; Con fuoco – sono dense di significato: trasmettono allo stesso tempo inquietudine, passione ed eroismo, sentimenti contrastanti tipici del Romanticismo. Non solo: si ricordi che il Trio viene composto solamente un anno prima dei moti rivoluzionari del 1848, dunque in un periodo intriso di ideali nazionalistici, sentimenti eroici, volontà di ribellione. La compresenza di temi focosi, energici ed impetuosi con altri eterei, leggeri, frammentari, intimi e misteriosi richiede all’interprete una grande versatilità, nonché una grande dimostrazione di virtuosismo.

 


12 aprile

Johannes Brahms (1803-1897)
Trio op. 114
Allegro
Adagio
Andantino grazioso. Trio
Allegro
Giovanni Tagliente pianoforte
Carlo Maria Vianello viola
Costanza Battistella violoncello

___
Dmítrij Dmítrievič Šostakóvič (1906-1975)
Quartetto n 8 in do minore, op 110
Largo
Allegro molto
Allegretto
Largo
Largo
Carlo Maria Vianello Mirabello violino I
Renée Guerrini violino II
Leonardo Mariotto viola
Costanza Battistella violoncello

Il concerto di questa sera è incentrato sulla musica da camera, attraverso due autori che ne hanno fatto la storia e che allo stesso tempo rappresentano due momenti storici profondamente differenti: il pieno Ottocento viennese di Brahms da un lato, dall’altro il Novecento russo di Šostakóvič, segnato dai conflitti mondiali e dalla rivoluzione.

Nato ad Amburgo nel 1833 e morto a Vienna nel 1897, Johannes Brahms fu compositore, direttore d’orchestra e pianista. Eletto da una parte dei suoi sostenitori come sola legittima continuazione di Beethoven e contraltare dei wagneriani, nonché terza grande “B” della musica tedesca (Bach, Beethoven, Brahms), compose sinfonie, ouvertures e variazioni orchestrali, concerti solistici, musica da camera strumentale e vocale, brani per il pianoforte e per l’organo, musica corale. Fra questi generi, la musica strumentale da camera è il campo nel quale si è maggiormente svolta l’attività creatrice di Brahms: troviamo quartetti per archi, quartetti con pianoforte, quintetti, sestetti per archi, trii e sonate.

La composizione del Trio op. 114, risalente al 1891, è connessa all’incontro con il virtuoso del clarinetto Richard Mühlfeld, peraltro dedicatario del brano: proprio in ragione di ciò, l’organico originale prevede clarinetto, violoncello e pianoforte, tuttavia non sono rare le esecuzioni che vedono questo strumento sostituito dal violino o, come questa sera, dalla viola.

Dmítrij Dmítrievič Šostakóvič, nato nel 1906 a San Pietroburgo e morto nel 1975 a Mosca, è stato un celebre compositore russo il cui lavoro è spesso caratterizzato da profonda intensità emotiva, ispirata dalle vicissitudini politiche e sociali dell’Unione Sovietica. La sua musica riflette le sue esperienze personali, le sfide e le difficoltà affrontate nel corso della vita; vediamone un esempio nel Quartetto n.8 op. 110. Il luogo di composizione è Dresda, città che aveva subito pesanti bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale e che diventa per l’autore emblema dei disastri e degli orrori provocati dal conflitto. Ciò, unito al fatto che poco tempo prima Šostakóvič aveva aderito al Partito Comunista, pone la composizione in chiara chiave antinazista, con una dedica alle vittime del Fascismo e della guerra. Il tema principale che passa in tutti e 5 i movimenti è l’acronimo del suo nome (re, mi bemolle, do e si, che in notazione alfabetica risulta essere “D(E)sCH”); ad esso, nel secondo movimento si affianca un motivo di chiara provenienza ebraica.

 


19 aprile

Gustav Mahler (1860-1911)
Rückert Lieder
– Liebst du um Schoenheit?
– Blicke mir nicht in die Lieder
– Um mitternacht
– Ich atmet’ einen linden Duft
– Ich bin der Welt abhanden gekommen
Alessia Cammarin soprano
Giovanni Tagliente pianoforte

___
Johannes Brahms (1803-1897)
Trio in si maggiore op. 8
Allegro con brio
Scherzo
Allegro molto
Adagio
Allegro
Marianna Lazzari violino
Marco Giovanni Turetta violoncello
Alberto Zilli pianoforte

 

Questa sera proponiamo un concerto interamente dedicato alla musica da camera del secondo Ottocento, in ambito prima strumentale e poi vocale.

Il Trio op.8 per violino, violoncello e pianoforte costituisce una delle prime composizioni di un giovane Brahms, che lo scrive ad appena vent’anni. Agli inizi della propria carriera, Brahms deve il suo successo in gran parte a Robert Schumann – che aveva conosciuto tramite il violinista Joseph Joachim – il quale scrive un articolo elogiativo verso di lui nella propria rivista Neue Zeitschrift für Musik. Dunque, data questa vicinanza, il Trio non è esente da influssi schumanniani, primo fra tutti la tensione ispirata ai principi romantici: basti pensare che Brahms firma il manoscritto con lo pseudonimo di “Johannes Kreisler junior”. Il brano si articola in quattro movimenti, di carattere piuttosto diverso: apre l’opera un Allegro con brio dal carattere ora sereno – specialmente nello spiegato canto iniziale, dal carattere genuino e sognante che ricorda l’ideale romantico della Sehnsucht – ora agitato e cupo; segue uno Scherzo dai forti contrasti che si apre a una parte cantabile, a cui si accompagnano un solenne ma struggente Adagio e un Allegro di carattere inquieto.

Il Trio non viene risparmiato dalla critica, in particolar modo da Eduard Hanslick: se ne rilevano soprattutto un’eccessiva prolissità e una gran quantità di difficoltà tecniche, caratteristiche che peraltro limitano la diffusione dell’opera. Proprio per questi motivi, Brahms ritorna sulla composizione più di trent’anni dopo, nel 1889, lavorando su questi aspetti pur senza snaturarne la freschezza ed esuberanza originale, testimoniando così un profondo interesse per questa sua prima importante opera cameristica.

 

La liederistica rappresenta per Gustav Mahler un luogo fondamentale per lo sviluppo di un’estetica coerente e originale, terreno di lavoro su temi e motivi che si ritroveranno poi nelle sinfonie degli anni successivi. Di ispirazione decisiva per Mahler è la raccolta di poesie e canti popolari Des Knaben Wunderhorn (Il corno magico del fanciullo), curata da Achim von Arnim e Clemens Brentano, ma hanno grande importanza anche i testi di Friedrich Rückert, poeta romantico tedesco. Di Rückert, Mahler mette in musica il ciclo dei Kindertotenlieder (Canti per i bambini morti) e altre cinque poesie sciolte: queste ultime, musicate nel periodo della quinta sinfonia, vengono pubblicate solo nel 1910 con il nome di Sieben Lieder aus letzter Zeit (Cinque lieder degli ultimi anni).

I cinque lieder rückertiani sono piuttosto diversi per intenti estetici e impegno poetico, ma condividono un trasognato sguardo elegiaco nei confronti dei dolori e dei piaceri nell’esistenza umana. Ich bin der Welt abhanden gekommen è il momento forse più alto dell’intero ciclo. Vi ascoltiamo un viandante stanco di vagare e stanco del mondo dei sensi: un uomo che il mondo ha perduto. Si badi bene, è il mondo a perdere il viandante e non viceversa: questa passività è la caratteristica significativa del testo di Rückert che la musica trasognata di Mahler evoca stupendamente. Una sorta di elegiaco perdersi nella trance della contemplazione e nell’oblio di sé è una sorta di dichiarazione di intenti estetici di Mahler, che anticipa qui alcuni elementi che torneranno ricorrenti nelle sue due immense opere dell’ultimo periodo: la nona sinfonia e il ciclo di Lieder sinfonici Das Lied von der Erde. È infine il silenzio che regna incontrastato, quasi a suggerire che ogni tentativo di invocare e quindi evocare la Bellezza sia per il disincantato compositore-poeta del tardo romanticismo un compito ormai impossibile, destinato a rimanere solo un sogno.