18 aprile 2025
Pionteks Bayreuth
“Giovani maestri del pianoforte da Venezia”.
Sono già stati qui, il 7 marzo 2024, esattamente quasi 13 mesi fa; i “Maestri pianisti di Venezia” si sono già esibiti una volta nella Sala di Musica da Camera di Steingraeber: quasi con la stessa squadra di allora – tranne per il fatto che uno dei musicisti annunciati ha dovuto disdire per malattia e altri due nomi erano in programma all’epoca.
Pianisti “maestri”?
Certo, quale sostantivo per definire gli studenti, il termine potrebbe risultare ancora (troppo) abusato, ma la valutazione del recensore è rimasta la stessa e può essere semplicemente citata:
“Non so cosa il professor Igor Cognolato insegni ai suoi studenti, ma è senza dubbio qualcosa di buono. Si potrebbe definire nobile, anche se resta da chiedersi cosa gli studenti portino alle lezioni già dall’inizio (…). Senza eccezioni, tutti gli esecutori padroneggiano il loro mestiere per dare il necessario spazio all’indispensabile poesia in mezzo alla brillantezza”.
Anche questa volta Liszt è in programma.
Le “Reminiscenze di Norma” (inizialmente dovevano essere suonate in come finale in chiusura della serata) sono quasi il coronamento del programma, ed hanno una durata di un buon quarto d’ora. Si tratta di un capolavoro di prim’ordine, un’opera “circense” per pianoforte che contiene così tanta musica e poesia da non necessitare di contraddire la valutazione che si può trovare su un canale YouTube: “Non tutte le sue fantasie d’opera sono capolavori, ma Reminiscenze di Norma sono certamente una delle più magnifiche mai scritte in questo genere”. A livello puramente tecnico, ci sono, come ci si aspetta, i fuochi d’artificio – incroci di mani, scale, ottave, arpeggi complessi, effetti a tre mani e molto altro. Ma soprattutto, il “bello musicale” funziona magnificamente con il materiale tematico e, anzi, lo valorizza: dall’austera apertura e dalla fragorosa e maestosa introduzione del primo tema alla giocosa combinazione dei due temi principali nelle pagine finali”. In altre parole: il pezzo è semplicemente spassoso, il migliore, il più carico di pathos, il più brillante del XIX secolo. Miruna-Mihaela Maciuca si siede al pianoforte in un abito rosso sangue e tuona attraverso una parte così difficile da far rizzare i capelli – e mostra cosa Liszt intendesse per “poesia” (ed effetto). Chapeau!
L’opera è stata preceduta da “Chasse-neige”, tratto da “Études d’execution transcendante”, un’opera altrettanto brillante e tipicamente lisztiana il cui fascino non è caratterizzato dalla bravura derivante da problemi tecnici perfettamente padroneggiati.
Perfettamente?
Quando una studentessa diciannovenne suona il Carnevale di Vienna op. 26 di Robert Schumann, non ci si aspetta un’esecuzione irreprensibile.
Rimane invece sorprendente come Claudia Zanatta riesca a mettere le mani su quest’opera così impegnativa, e il fatto che alcune tensioni, alcune logiche ed energie volte a collegare tra loro le parti rimangano non del tutto risolte fin nei minimi dettagli (come i passaggi lenti della prima parte del primo movimento, l’Allegro), non rappresenta un problema! La ricerca con cui si dedica all’originale suite di Schumann, cosi spezzettata in tipico stile romantico e sensualmente avvincente, è magnifica.
La serata è iniziata, però, prima dei velocissimi Studi op. 10/4, 5 e 12, con un brano tranquillo: lo Studio op. 10/3 di Chopin, a cui Ernst Marischka (della famosa dinastia austriaca dei Marischka) aggiunse nel 1934 il testo “In mir klingt ein Lied” per trasformarlo in una canzone di successo.
Simone Mao non lo suona nel (presumibilmente…) legato prescritto ininterrotto, ma non è l’unico nella storia dell’interpretazione di questo celebre brano: anche il grande pianista analitico italiano e protagonista del modernismo musicale, Maurizio Pollini, prediligeva un’interpretazione piuttosto asciutta. Tuttavia, è proprio questa scelta che rende il concerto un piacere d’ascolto di prima classe. “Oiseaux tristes”, “Un barque sur l’Océan” e “Alborada del gracioso” dal ciclo “Miroirs” di Ravel, opere di un nuovo linguaggio tonale del 1905, arrivano per ultimi in modo controllato, brillante e sovrano – sovrano come i ricordi lisztiani della Norma di Bellini.
Rimane Andrea Marinelli, che ha unito tra loro le due parti del recital con due opere particolarmente intimistiche. Da un punto di vista puramente tecnico, questo pianista aveva certamente la parte più abbordabile. I paragoni tra le esigenze in capo al musicista rappresentate da una Fantasia di Liszt o da uno Studio di Chopin sono inutili – e tuttavia sono propenso a credere che anche Marinelli potrebbe competere per il primo premio di perfetta interpretazione (cioè musicalmente compiuta), se una cosa del genere avesse senso.
Con la dedica di Schumann, “Mit Myrten und Rosen” e “Du bist wie eine Blume”, Lieder trascritti all’epoca da Clara Schumann, son state presentate, naturalmente, delle Romanze senza parole; ma suonarle in modo tale da farle sembrare eseguite nella loro versione originale (ossia come fosse presente la parte vocale) è un’arte.
Un’altra scoperta della serata è rappresentata dal compositore e pianista Charles Tomlinson Griffes. Lo statunitense, nato nel 1884 e morto nel 1920, alla fine della sua vita era chiaramente impregnato di impressionismo di influenza francese. Con “The white peacock”, da Roman Sketches” op. 7, inizialmente non si offre altro che una versione appena alterata di Debussy. Presto però entrano in gioco armonie più pungenti, mutuate anche da Scriabin, persino con momenti di durezza: il grido del pavone, del resto, non è un canto particolarmente piacevole… L’esecuzione del repertorio inconsueto da parte di Marinelli è semplicemente ammaliante, dal suono puro (il pedale del sordino del pianoforte Steingraeber è usato anche qui) e piena di emozione.
I veneziani sono stati qui nuovamente: dovrebbero tornare.
Frank Piontek
Articolo in lingua originale > https://deropernfreund.de/pionteks-bayreuth/pionteks-bayreuth-junge-meisterpianistinnen-und-pianisten-aus-venedig/






