Rassegna di concerti delle studentesse e degli studenti del Conservatorio di Venezia
Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili
Inizio concerti ore 20:30
PROGRAMMA
Venerdì 19 luglio
Maurice Ravel (1875-1937)
Gaspard de la nuit
Ondine
Le Gibet
Scarbo
Emma Brumat, pianoforte
Antonín Dvořák (1841-1904)
Trio in Sol minore op. 26
Allegro Moderato
Largo
Scherzo. Presto
Finale. Allegro non tanto
Marianna Lazzari, violino
Marco Giovanni Turetta, violoncello
Alberto Zilli, pianoforte
Gaspard de la nuit è un trittico per pianoforte composto da Maurice Ravel nel 1908. Il titolo fa riferimento all’omonimo Gaspard de la nuit. Fataisies à la manière de Rembrandt e Callot (1829-‘36) di Aloysius Bertrand, una collana di poemi in prosa che è emblema del romanticismo “frénétique” e anticipazione della corrispondenza decadente delle arti; di questa raccolta, Ravel seleziona tre componimenti e ne riporta il testo anteponendolo di volta in volta al brano musicale.
Il brano di apertura, Ondine, rimanda al mito della ninfa del lago, che con il suo canto ammaliatore invita un mortale a seguirla nel regno magico delle acque. L’umano, tuttavia, non si lascia convincere e declina l’offerta, amando un’altra donna, e così scatena l’ira dell’ondina. Non solo la vicenda, ma anche i particolari ambientali sono trasposti in musica: tutto è fluido, trascolorante e argenteo, in una sorta di sogno evanescente. Le Gibet (La forca) evoca un paesaggio livido, inondato dalla luce sanguigna del tramonto, in cui i rintocchi regolari di una campana a morto si mescolano con la sensazione visiva del pendolare di un impiccato. L’idea del suono come ossessione è magistralmente ottenuta tramite l’impiego di un pedale di si bemolle che rintocca sempre con lo stesso ritmo giambico per l’intera durata del brano. Infine, Scarbo evoca le “visioni di febbrile insonnia” descritte da Bertrand, nelle quali un nano perseguita e si prende gioco dell’io narrante in un turbine di movimento e metamorfosi. L’aspetto virtuosistico è volutamente messo in rilievo: Ravel dichiara infatti di aver composto il brano con l’intenzione di superare in termini di difficoltà Islamey di Balakirev.
Il Trio in sol minore op. 26, articolato in quattro movimenti, fu composto da Antonín Dvořák nel 1876. Il periodo è cruciale per la vita e la carriera del compositore: da un lato degli, appena trentacinquenne, comincia ad affermarsi a livello internazionale, attirando l’attenzione di figure di spicco come Johannes Brahms ed Eduard Hanslick; dall’altro si tratta di anni dolorosi, a causa della perdita della giovanissima figlia Josefa.
La sofferenza per il lutto è senz’altro evidente nel primo movimento, un Allegro moderato in forma sonata che più volte lascia emergere, dietro temi cantabili, un’angoscia di fondo, evidente soprattutto nei cupi bassi del pianoforte che, riecheggiando gli accordi iniziali, spesso accompagnano le melodie degli archi. Il secondo tempo, un Largo, è invece di carattere più sereno e disteso – sebbene non del tutto privo di ombre – ed è costruito attorno a un tema lirico riproposto dai tre strumenti in un continuo dialogo. Segue uno Scherzo, in cui un concitato e angoscioso Presto, basato su serrati procedimenti imitativi, è intervallato da un Trio di carattere più luminoso. Chiude il tutto un Allegro non tanto di carattere festoso, che supera la tensione dei movimenti precedenti portando a una conclusione in sol maggiore che rasserena l’atmosfera dell’opera.
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Sabato 27 luglio
Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847)
Konzertstück n.2 per clarinetto e corno di bassetto (arr. clarinetto e sax)
Presto
Andante
Allegretto grazioso
Giovanni Tagliente, pianoforte
Veronica Conte, sax
Grazia Vian, clarinetto
Ludwig van Beethoven (1770-1827)
Sonata in la maggiore op. 101
Etwas lebhaft, und mit der innigsten Empfindung. Allegretto ma non troppo
Lebhaft, marschmässig. Vivace alla marcia
Langsam und sehnsuchtsvoll. Adagio ma non troppo, con affetto, tempo del primo pezzo
Geschwind, doch nicht zu sehr und mit Entschlossenheit. Finale. Allegro
Emma Brumat, pianoforte
Bedřich Smetana (1824-1884)
Piano Trio in sol minore op.15
Moderato assai – Più animato
Allegro, ma non agitato
Finale: Presto
Annamaria Zanatta, violino
Beatrice Bortolin, violoncello
Claudia Zanatta, pianoforte
Il programma di questa sera spazia all’interno dell’area mitteleuropea ottocentesca. Partiremo da Mendelssohn e Beethoven, due compositori che segnano il passaggio di un’epoca: definiti in base agli orientamenti della critica talvolta classici e talvolta romantici, essi condividono effettivamente alcuni tratti classici e altri innovativi. Passeremo poi a Smetana, del quale quest’anno ricorre il bicentenario della nascita: quivi anima boema e ricerca nazionale si fondono con l’influenza dei compositori tedeschi, a partire da Beethoven e poi con i romantici.
Il Konzertstück in re minore op. 114 per clarinetto e corno di bassetto con l’accompagnamento del pianoforte è stato composto da Felix Mendelssohn nel 1833, per i due virtuosi del clarinetto Heinrich e Carl Bärmann, padre e figlio. Il brano, costituito da tre movimenti senza soluzione di continuità, è riconducibile alla moda dell’epoca di scrivere composizioni sì di facile fruizione per il pubblico, ma anche in grado di far risaltare le doti tecniche degli esecutori e le caratteristiche timbriche degli strumenti. Dunque sono compresenti momenti cantabili e lirici – di matrice stürmeriana o biedermeier, trattati comunque con piglio genuinamente teatrale – con elementi virtuosistici: esempio ne sia il finale, tripudio di veloci scalette brillanti e di energia festosa.
In questa occasione ascolteremo una versione per sax e clarinetto.
La Sonata in la maggiore op. 101, composta da Beethoven tra 1815 e 1816, rientra nel cosiddetto tardo stile beethoveniano, caratterizzato da sperimentazione, superamento delle forme tradizionali e riconquista del contrappunto. Lo dimostra fin da subito l’incipit del primo movimento, la cui melodia fluida da eseguirsi con il più intimo sentimento sembra cominciare innanzitutto nell’animo dell’interprete e solo in un secondo momento rivelarsi all’udito, così da dare l’impressione di un inizio in medias res. La sperimentazione riguarda anche la forma: esemplare è il terzo movimento, che dopo una breve cadenza ornamentale conduce alla ripresa del tema del primo movimento, da eseguirsi stavolta espressamente in modo più dolce, con i frammenti del tema separati da pause con corona, quasi come fossero ricordi difficili da riportare alla mente con chiarezza. Questo “sguardo all’indietro” che ci induce a pensare a quello che abbiamo sentito precedentemente sotto un’altra prospettiva, fa dell’op. 101 una sonata ciclica. La ripresa del tema sfocia in un grandioso e risoluto Finale, su cui forse è spostato il baricentro della sonata. Di innovativo vi è in particolare l’inserimento di una fuga a quattro voci nello sviluppo, basata sul tema di partenza, che fa conciliare perfettamente tradizione e avanguardia.
In Smetana l’estetica e l’attività di composizione sono indissolubilmente legate e nascono dalle sue visioni della vita. La fusione di questi due elementi – l’atto compositivo e le esperienze esistenziali – producono una personalità musicale molto sorprendente e unica. Il Trio in sol minore (1855) dà voce ad una delle esperienze più tragiche della vita del compositore: la morte della figlia Bedriska, di soli quattro anni e mezzo. È un’opera sensibilmente autobiografica che si configura come un’intima confessione di penetranti tenerezze e di repentini cambiamenti di stati d’animo, ma anche energica e coerente a livello formale. La dignità e la compostezza dominano anche nei momenti più amari e dolenti, per tradursi in un discorso non convenzionale, dall’andamento rapsodico, ma equilibrato. Pur colpito da numerosi lutti familiari e annientato dalla sordità, Smetana non cade mai nel pessimismo romantico, ma riesce ad unire i lati positivi di esso con una fede radiosa nella vita e la propria forza di architetto e pensatore.
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Sabato 3 agosto
György Ligeti (1923-2006)
Sonata per violoncello solo
Dialogo
Capriccio
Manuel Dal Bianco, violoncello
Johann Sebastian Bach (1685-1750)
Partita 1013
Allemande
Courante
Sarabande
Bouree Anglaise
Winfred Michel (1948-)
Gedämpfte Schwingung
Annachiara Mondin, flauto dolce
György Ligeti (1923-2006)
“Musica Ricercata”
I – Sostenuto
II – Mesto, rigido e cerimoniale
III – Allegro con spirito
IV – Tempo di Valse (poco vivace – “a l’orgue de Barbarie”)
V – Rubato, lamentoso
VI – Allegro molto capriccioso
VII – Cantabile, molto legato
VIII – Vivace. Energico
IX – ( Bela Bartók in memoriam) Adagio. Maestoso
X – Vivace. Capriccioso
XI – (Omaggio a Girolamo Frescobaldi) Andante misurato e tranquillo
Agata Bordignon e Silvia Tesser, pianoforte
Il programma di questa sera è prettamente contemporaneo, con richiami alla musica antica. L’associazione non è casuale: sin dal primo ‘900 i compositori, volendo discostarsi dal Romanticismo e cercando nuovi orizzonti, si rivolsero alla musica antica, riprendendone principi, forme, strumenti e ravvivandone lo studio.
La Sonata per violoncello solo fu composta da György Ligeti tra il 1948 e 1953, durante la fase finale degli studi a Budapest e fa quindi parte di quel gruppo di composizioni che sono influenzate da Bèla Bartòk e Zoltan Kodàly. In quegli anni la censura del regime comunista in Ungheria era molto stringente, dunque la Sonata rimase ineseguita per molto tempo: la violoncellista Vera Dènes, committente del Capriccio, registrò il pezzo per una trasmissione radiofonica, che però non andò mai in onda per la modernità del brano; soltanto verso gli anni ‘80 e ’90 la Sonata riemerse e da quel momento diventò un’opera diffusa nel repertorio violoncellistico.
È strutturata in due movimenti: Dialogo e Capriccio, profondamente differenti fra loro. Il primo nasce come una vera e propria conversazione, dove le voci si riconoscono nei due soggetti presentati nell’incipit; se questo movimento ha carattere prettamente melodico e consiste in uno studio del timbro violoncellistico, il Capriccio è invece essenzialmente virtuosistico, di chiara ispirazione bartokiana e paganiniana.
Al medesimo periodo risale anche Musica ricercata (1951-1953). Si tratta di una raccolta di 11 brani, composti partendo da un minimo cromatico e ampliando progressivamente lo spettro: così il primo brano presenta due sole note, il secondo tre e così via fino al totale delle dodici note nell’undicesimo e ultimo brano. È facilmente intuibile che i brani più difficili da scrivere siano i primi. Ligeti li risolve con astuzia e immaginazione, richiamandosi a Bartòk: il pianoforte inteso come strumento a percussione – non solo ritmico, ma espressivo – è proprio un’invenzione bartòkiana. A ciò si aggiungono l’invenzione ritmica, la creazione di atmosfere particolari, la musica popolare, la musica antica: all’interno dell’opera si possono individuare richiami alla musica di strada degli organetti, alle melodie mediorientali, alle danze popolari, a Frescobaldi e alla forma fuga. Il VII brano è un vero prodigio avveniristico: nel 1950 e senza l’ausilio delle macchine Ligeti inventa il “loop”, dove le mani suonano in tempi diversi, il pianista si sdoppia, lasciando l’ascoltatore stupito.
Una curiosità: il secondo brano sarà utilizzato da Stanley Kubrik in Eyes Wide Shut per il suo carattere solenne e quasi morboso.
La Partita in La minore BWV 1013 (1717-1723) è una delle opere più emblematiche di Johann Sebastian Bach, pietra miliare nel repertorio per flauto solo. I quattro movimenti riprendono le danze tipiche della suite francese, intrecciando melodia e ritmo e costruendo un’armonia complessa, pur eseguita da un solo strumento melodico. Scritta originariamente per flauto traverso, la Partita questa sera viene proposta in un arrangiamento per flauto dolce. Bach fu uno degli ultimi compositori ad utilizzare il flauto dolce, ad esempio nei Concerti Brandeburghesi e in alcune cantate: è proprio questo il periodo in cui si assiste alla scomparsa dello strumento, ormai sostituito dal flauto traverso, i cui timbro e potenza sonora meglio si addicevano alla scrittura orchestrale. Solo nel XX secolo la riscoperta e lo studio della prassi esecutiva antica riportarono l’interesse anche per gli strumenti d’epoca. Gedämpfte Schwingung (1988-1993), dalla fisica “oscillazioni smorzate”, rappresenta una possibilità di sperimentazione sullo strumento così tipica della musica contemporanea. Il flauto crea da solo un’atmosfera di calma inquieta, che tende sempre verso cambi improvvisi; la dinamica riveste grande importanza, aspetto interessante soprattutto per uno strumento spesso ritenuto erroneamente privo di possibilità dinamiche. Ma Winfried Michel, flautista prima che compositore, seppe sfruttare nelle sue composizioni tutte queste possibilità, aprendo nuove strade anche ai compositori successivi.
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Sabato 10 agosto
Modest Petrovič Musorgskij (1839-1881)
Quadri di un’esposizione
Promenade – Allegro giusto, nel modo russico; senza allegrezza, ma poco sostenuto
Gnomus – Sempre vivo
Promenade – Moderato commodo e con delicatezza
Il vecchio castello – Andante
Promenade – Moderato non tanto, pesante
Tuileries (Dispute d’enfants après jeux) – Allegretto non troppo, capriccioso
Bydlo – Sempre moderato pesante
Promenade – Tranquillo
Balletto dei pulcini nei loro gusci – Scherzino. Vivo leggiero
Samuel Goldenberg und Schmuyle – Andante
Limoges: Le marché – Allegretto vivo sempre scherzando
Catacombae: Sepulchrum Romanum – Largo
La cabane sur des pattes de poule – Allegro con brio, feroce
La grande porta di Kiev – Allegro alla breve. Maestoso. Con grandezza
Claudia Zanatta, pianoforte
Heitor Villa-Lobos (1887-1959)
Bachianas Brasileiras n. 04
Introdução (Preludio)
Canto do Sertão (Corale)
Cantiga (Aria)
Miudinho (Danza)
Larissa de Almeida Barros, pianoforte
Antonio Carlos Jobim (1927-1994) e Paulinho da Viola (1942-)
Desafinado
O Morro não tem Vez
Manhã de Carnaval
Dança da Solidão
Larissa de Almeida Barros, pianoforte
Nabila Dandara Vieira Santos, voce
Quadri di un’esposizione è annoverata come l’opera maggiormente significativa del repertorio pianistico di Modest Musorgskij. Nata dalla visita del compositore alla mostra di quadri del defunto amico Viktor Hartmann, la suite si compone di quindici brani, tra cui dieci quadri – selezionati tra i più di trecento esposti – e cinque Promenade, che vi fungono da collegamento. Gnomus rappresenta una figura grottesca, un nano raccapricciante che si avvicina con incedere inquietante e malefico. Il vecchio castello è il malinconico canto di un bardo ai piedi di un castello medievale. È la volta di Tuileries, dove tra un litigio e l’altro alcuni bambini giocano davanti alla ruota panoramica in una luminosa giornata primaverile. A rompere la tranquillità creatasi si insinuano gli accordi pesanti di Bydlo, il carro polacco trainato da buoi che con fatica avanza tra il fango, mentre il conducente intona uno sconsolato canto tradizionale. Ne Il Balletto dei pulcini nei loro gusci si può percepire la vivacità di un ballo tra piccoli pulcini. Segue un dialogo animato tra due ebrei, Samuel Goldenberg e Schmuÿle: il primo è un uomo ricco e superbo, mentre il secondo è povero e lamentoso. Limoges racconta la frenetica vita del mercato francese tra colori, pettegolezzi e schiamazzi. Un rapido virtuosismo lo collega a Catacombae, un Largo caratterizzato da accordi fermi che si alternano tra fortissimi e pianissimi, per ricreare il rimbombo che si ode all’interno dei cunicoli. La capanna sulle zampe di gallina racconta della strega Baba Jaga, una figura mitologica protagonista di molte fiabe della tradizione slava, raffigurata come una vecchietta malefica dotata di poteri magici. La Grande porta di Kiev è il brano più grandioso della raccolta; quivi molti sono i temi cari al compositore, come l’esaltazione della storia russa e della tradizione popolare, la resurrezione dal regno dei morti al cielo. Ciò rende esplicita una forte matrice spirituale che pervade in realtà l’intera suite, volendo parlare speranzosa al popolo russo.
La seconda parte del concerto celebra la ricca tradizione musicale del Brasile, offrendo un viaggio attraverso i suoi vari stili e influenze. Pietra miliare della musica brasiliana è Heitor Villa-Lobos: il suo lavoro ha portato allo sviluppo di diversi generi musicali in tutto il territorio del Brasile, il fenomeno mondiale della Bossa Nova e la Tropicália. Grazie a lui, attualmente il Brasile è il paese con la più grande diversità musicale nel mondo, uno fra gli ultimi inclini più alla musica nazionale che internazionale. Emblema della sua produzione sono le 9 suites Bachianas Brasileiras (1930-1945): scritte per diverse formazioni strumentali, perseguono la volontà di unire la musica barocca ad elementi brasiliani; ciò è evidente sin dai titoli, per i quali vengono scelti sempre un nome tradizionale barocco e uno popolare brasiliano.
Il programma prosegue con alcuni dei brani più iconici della Bossa Nova, un genere nato dalla fusione di samba e jazz negli anni ’50. Luiz Bonfá (1922-2001), autore di Manhã de Carnaval, è stato uno dei compositori e chitarristi più influenti del Brasile; il brano qui presentato incarna la bellezza e la malinconia del carnevale brasiliano, trasportando l’ascoltatore mediante la melodia evocativa e il ritmo dolce attraverso le strade vivaci durante il carnevale. Antonio Carlos Jobim affronta tramite la musica temi sociali e politici: O Morro Não Tem Vez, in particolare, celebra la resilienza degli abitanti delle favelas, trasmettendo con la sua melodia e il ritmo sincopato un messaggio di speranza e determinazione. João Gilberto (1931-2019) ha rivoluzionato la musica brasiliana con il suo stile canoro e chitarristico; Desafinado è uno dei brani più rappresentativi di questo movimento: esso gioca con l’idea di una melodia leggermente stonata, sottolineando la bellezza dell’imperfezione e del sentimento genuino nella musica. Concludiamo con Dança da Solidão di Paulinho da Viola, un cantautore di Samba che, attraverso la musica, esplora temi profondi e personali. Questa canzone, con la sua melodia dolce e le parole poetiche, offre un’intima introspezione nella condizione umana, esprimendo emozioni universali attraverso il linguaggio musicale della Samba.






